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Allegro moderato è un documentario sulla musica e sulla passione che trasforma in eccezionale ciò che il destino ha voluto debole.

Orchestra sinfonica Esagramma. Fin qui niente di strano, di orchestre ce ne sono tante nel mondo e tante di loro sono capolavori di armonia. Esagramma però si distingue tra tutte per un motivo semplice: i suoi musicisti sono ragazzi e adulti con problemi psichici e mentali ed educatori che insegnano a suonare e ad amare il violoncello, l’arpa, il violino, i timpani e tanti altri strumenti ancora. Esagramma è un’orchestra vera, di grandi professionisti, un’orchestra speciale che il documentario ha voluto raccontare cercando tra le pieghe del non detto e i gesti musicali.

La storia e le storie dell’Orchestra si intrecciano con l’atmosfera di Milano, città fredda per definizione, in realtà accogliente, viva e con poche nuvole, meno di quelle che tutti ricordano a memoria. Basta saperla guardare. Così come basta saper guardare i musicisti che provano, si impegnano, sbagliano, ridono, per scoprire che la musica è vita vera, anche per chi nella vita non è partito alla pari degli altri.

Musicista tra i musicisti, anche Stefano Bollani ha suonato con l’Orchestra Esagramma in una prova ricca di improvvisazioni e divertimento, ripresa e raccontata nel documentario.

Alla voce di una grande interprete del nostro cinema è invece affidata la visione di chi era dietro l’obiettivo: Barbora Bobulova, presenza sensibile che sostiene e punteggia i tempi del documentario.


Note di regia
Buio. È quello che annuncia l’inizio di un’esecuzione sinfonica. È quello che segue la fine di un sogno. Sono due modi di vedere la stessa cosa: uno pieno di energia e l’altro di paura. Con Allegro moderato ho scelto di seguire la prima strada per raccontare con rispetto un mondo tanto difficile quanto ricco di creatività, quella magia che sa rendere speciale anche la difficoltà.

Stare dietro l’obiettivo è un mestiere per chi si fa tante domande, ma questa volta le domande erano più del solito: raccontare un’orchestra dove gran parte dei musicisti sono ragazzi e adulti con handicap significava affrontare un progetto complicato perché esigeva l’ingresso in una comunità con regole precise a noi sconosciute.

Una volta all’opera quello che la piccola troupe del documentario ha fatto è stato riprendere persone, situazioni e atmosfere in punta di piedi, senza disturbare. Dovevamo diventare invisibili come dice in un’intervista Stefano Pavesi che da fotografo ha ripreso l’orchestra prima di noi. È stata un’osservazione curiosa grazie alla quale ci siamo messi in gioco senza troppi pensieri. Così sono stati gli errori creativi dei musicisti a dare un tono preciso alle riprese che spesso utilizzano le modalità del backstage per raccontare storie e persone senza inutili sovrastrutture.

E così, con molta naturalezza, al montaggio, Allegro moderato è diventato un documentario sulla passione vissuta attraverso la musica e le storie di chi vive in un mondo diverso dal nostro e dal quale possiamo imparare tanto.

Patrizia Santangeli

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